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GIORNO + 178: QUELLA MAIALA DI PEPPA

Analisi semiseria di una delle serie tv della “loro” generazione

C’è un cartone animato ultimamente che sta spopolando.

Peppa Pig.

Si tratta di un maialino e della sua famiglia: mamma pig, papà pig, nonno pig….

Le puntate sono molto semplici e catturano l’attenzione dei bambini per i disegni bidimensionali e i colori pastello.

Tutto molto bello ma se guardate bene una puntata, troverete delle cose strane.

Sorvolo sul fatto che tutti dicono a Peppa che sua madre è una maiala e lei ne è felice, non credo che questo sia molto educativo, ma sorvolo :-)

Per prima cosa ci sono tanti animali che parlano, che hanno un lavoro, una casa, dei cuccioli.

E questi stessi animali allevano degli altri animali che invece non possono parlare.

Nonno pig ha delle galline a cui da del cibo.

Un maiale che dà del cibo alle galline.

Peppa pig gioca nello stagno, sale sulla barca guidata dalla signora coniglio e danno le molliche di pane alle anatre.

Un Maiale su una barca guidata da un Coniglio da da mangiare a delle Anatre.

Ora io credo che sia una tenera vendetta degli autori che leggendo all’epoca topolino si chiedevano perchè nonna papera desse da mangiare ai maiali nella stalla.

In più la signora mucca (notoriamente una vacca) fa la veterinaria.

Capito?

Una mucca che parla che cura degli animali che non parlano.

Perchè devono esserci animali di serie A e animali di serie B? Questa è discriminazione.

Razzismo animale allo stato puro.

Ma non è tutto.

Ogni casa sta sul cucuzzolo di una montagna, con un grado di pendenza che ucciderebbe Masner, ma loro vanno avanti e indietro con diversi automezzi.
Il treno del villaggio è guidato dalla signora coniglio.

Il pulmino della scuola è guidato dalla signora coniglio.

L’elicottero di salvataggio è guidato dalla signora coniglio.

Quindi o la signora coniglio ha una patente con tutte le lettere dell’alfabeto o nel villaggio c’è una assoluta necessità di personale qualificato.

In più Peppa Pig ha un fratello che si chiama George.

I genitori erano ovviamente ubriachi dando ad una il nome Peppa (ossia Giuseppina) e all’altro George, oppure era sempre una vendetta degli autori contro il principe di Inghilterra ritenuto un porco.

Non ci è dato sapere l’età del maialino George, ma sappiamo una cosa: adora i dinosauri.

Va in giro con un dinosauro giocattolo tutto il giorno.

Soprattutto sa dire solo una parola: dinosauro.

Dice solo questo.

Non mamma, papà, peppa.

No.

Dinosauro.

Nessun bambino sa dire solo una parola, e per di più così complicata come “dinosauro”, senza essere rinchiuso in un centro specialistico.

Ma nessuno se ne accorge e tutti ridono felici.

Ogni puntata finisce con un attacco epilettico in cui tutti si sdraiano a terra e si muovono in maniera convulsa.

Quindi non solo questo cartone è razzista, non solo dimostra un mondo in cui non c’è disoccupazione e quindi illude i bambini facendogli credere che troveranno lavoro facilmente, ma soprattutto non prende in considerazione malattie importanti che vengono derise e sbeffeggiate.

Quindi genitori, la prossima volta che lasciate soli i vostri figli davanti a Peppa Pig, pensate a tutto questo prima di dire: ma è solo un maialino.

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GIORNO + 63: LA BIMBA DELLE STELLE

Mia figlia ha tre mesi e inizia ad emettere piccoli suoni gutturali e a fare dei versi strani.

Ha degli occhi incredibilmente espressivi e sono quasi convinto che voglia dirmi qualcosa con quello sguardo e con quelle semi parole.

Ma non so cosa.

O forse si.

DIARIO DEL CAPITANO, GIORNO I

La missione per salvare il pianeta terra è cominciata.

Io, capitano Selina C. sono stata mandata indietro nel tempo per avvisare il genere umano che l’estinzione è vicina e che se non costruiremo un laser adatto, un asteroide colpirà la terra e la mia missione sarà fallita per sempre.

Sono tornata nel 2015, ma qualcosa è andato storto.

Sono stata impiantata nel corpo sbagliato, ho tre mesi e questi umani ancora non capiscono il mio linguaggio.

“gu..gu…gu…guuu”

“Amore, guarda, nostra figlia sta tentando di parlare. Ora le faccio anche io il verso: gu..gu..gu..”

“Idiota di un umano, non sto giocando. Il mondo sta per esplodere e io sono l’unica salvezza”

“Gugu… si, ancora… gugugu…”

“Ma perchè non mi capisci? Ascolta”

“Forse vuole il latte”

“Ma quale latte, voglio salv….”

“Ecco, così, bevi!”

Finito il pasto, la stanchezza del viaggio mi ha sopraffatta e mi sono addormentata. Ci proverò di nuovo domani.

DIARIO DEL CAPITANO, GIORNO VI

Ancora non riesco a farmi comprendere da questi umani.

Ho provato in tutti i modi, anche quelli più basilari, ma continuano a scambiare i miei versi per una sorta di gioco.

Ho deciso di provare con il linguaggio basilare per eccellenza, il codice morse.

“Punto, punto, punto, linea, linea, linea, punto, punto, punto”

Anche un cretino capirebbe.

“Amore, credo che nostra figlia abbia il singhiozzo!”

“Aaaaahhhhhh….. fuggite, sciocchi!”

“Povera, lo vedi come si agita? Questo singhiozzo deve essere fastidioso. Prepara la tisana”

“Non voglio quella maledetta tisana, è una sciacquatura di piatti. Voglio avvisare il mondo che il tempo a disposizione sta per fin…”

“Ecco, bevi, brava… lo vedi che è passato?”

Credo ci sia stato del sonnifero in quella che loro chiamano tisana, anche perchè alla fine sono nuovamente precipitata in uno stato catatonico che non mi ha permesso di portare a termine la missione.

DIARIO DEL CAPITANO, GIORNO XXI

Ormai sono allo stremo delle forze.

Ogni mio tentativo di farmi capire è servito solo a rimpinzarmi di latte e a farmi dormire.

Quelle che erano erano urla disperate sono state scambiate per coliche.

Ho cercato di imitare il suono dell’impatto di un asteroide ma mi hanno solo detto: “Brava, hai fatto il ruttino”

La missione è ufficialmente fallita.

La terra è destinata ad esplodere, per colpa mia e di questi due dementi che continuano a farmi gugugu.

Fortunatamente ero preparata a tutto questo e con onore ho escogitato un piano di fuga prima di farmi mandare indietro nel tempo.

Ho impiantato una capsula di cianuro nei denti, basterà aprirla e la farò finita con dignità.

Ora devo solo… o no… non ho ancora i denti… nooooooooooo

“Amore, la bambina piange disperata, credo abbia fatto la cacca!”

Si, credo sia più o meno questo quello che mia figlia mi vuole dire.

Ma solo il tempo ce lo dimostrerà.

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GIORNO +63: RIASSUNTO DELLE PUNTATE PRECEDENTI ( Ovvero consigli per chi si fosse messo in contatto solo ora)

Dall’alto dei miei due mesi e mezzo di paternità ho capito alcune cose che prima ovviamente non sapevo.

Ho sempre odiato le frasi tipo: “non sei genitore, non puoi capire”.

Ora che lo sono capisco.

Ma non per questo infierisco su chi non ne ha.

Prima della nascita di mia figlia ho studiato praticamente di tutto.

Avrei potuto prendere una laurea in puericultura o perlomeno organizzare un corso per la regione su come si cresce un figlio.

Poi lei è nata veramente.

E ho buttato tutti i libri e il sapere che avevo.

Ecco di seguito le 10 cose che ho capito fino ad ora (e che sicuramente saranno sbagliate tra qualche mese)

1 – Non sottovalutare i giorni del parto.

Nel giorno più bello della vostra vita, la tua signora sarà in ospedale a fare il lavoro più duro, mentre noi saremo senza far niente in attesa.

Sbagliato! GODITI QUESTI GIORNI. Passeranno molti anni prima di riavere casa completamente per te senza nessuno. Dormi, mangia, ubriacati, (ri)guarda tutta la saga di Guerre Stellari. Fai qualunque cosa, ma falla. Fidati.

2 – Non siamo così inutili.

Appena nata, tutti corrono in ospedale a complimentarsi.

Tutti baciano la tua signora.

E tutti ti dicono: va beh, ma tu non hai fatto niente, il grosso lo ha fatto lei.

E tu sei relegato al ruolo di parente lontano, che viene a trovare la nascitura.

Addirittura alcuni ospedali non ti fanno neanche rimanere dentro in quanto padre, ma hai gli stessi orari di Zia Elide che viene dall’umbria.

Ma non disperare.

Il ruolo del padre è quello del filtro. Siamo muri contro il mondo che vuole allungare le dita e dar fastidio al sonno di tua figlia, siamo il supporto per i primi giorni della nostra signora che è ancora bombardata dagli ormoni, siamo i risponditori di telefono mentre lei allatta…

3 – Un figlio non avvicina.
Lo so che questo che sto per dirti distrugge ogni tua idea di romanticismo e sicuramente mi creerà mille commenti feroci di tante mamme, ma in realtà un figlio non avvicina la coppia, ma la allontana.

Un figlio trasforma l’equilibrio che avete creato mentre eravate in due, lo distrugge e ne crea uno nuovo. Ma per crearlo, bisogna essere realmente forti e sapere che questo tempo passerà.
Se riuscite a superare questa prima fase, poi non ce ne sarà per nessuno.

Un figlio non avvicina, ma cementifica la coppia se è forte di partenza.

4 – Non serve dormire prima.

La frase classica mentre si è in attesa di un figlio è: Hai dormito tanto? Tra poco non lo farai più.

Il problema è che non siamo un accumulatore di sonno, non abbiamo (purtroppo) una batteria di riserva che intanto possiamo mettere a caricare mentre facciamo altro.

Quando nascerà, ti terrà sveglio la notte.

Ma se siete in due potete organizzarvi con i turni (se non allatta al seno), puoi dare una mano a fare tutto il resto mentre lei allatta, potete dividervi il peso e dormire mentre l’altro cura la bambina.

E’ un gioco di squadra, solo che adesso la squadra è a 3.

5 – Lui/Lei lo sa quando mangi.

L’orologio biologico di un figlio non è tarato su un suo bisogno fisiologico.

Questo è quello che vogliono farvi credere.

In realtà lui/lei sa quando mangi.

Ed è esattamente in quel momento che avrà fame!

Vedo mia figlia dormire serenamente.
Allora cucino, preparo qualcosa, compro roba già pronta…

Appena porto la forchetta alla bocca sento: “waaaaa”

E’ così per tutti.

Non prendo un caffè caldo da oltre due mesi.

6 – Aspetta prima di toglierlo (il pannolino)

C’è un simpatico gioco che fanno praticamente tutti i bambini: appena li cambi, nel passaggio dal vecchio al nuovo pannolino, decidono che quello è il segnale per fare pipi.

E’ matematico, non si sbaglia.
E allora ricorda: una volta aperto il pannolino, prima di mettere il nuovo, aspetta.

Aprilo, ma lascialo li.

Ah, lo avessero detto a me….

7 – White noises

E infine arrivò la prima colica.

Un pianto disperato, senza sosta.

Non c’era niente al mondo che potesse calmarla o lenire questo dolore devastante.

Poi la mia signora decide di accendere il phon, perchè lei si calma così quando le fa male qualcosa.

E magicamente il pianto sparisce.

Si chiamano White noises e sono tecnicamente dei rumori continui tipo l’aspirapolvere, il ventilatore, il phon… e servono ad annullare gli altri suoni intorno e a tranquillizzare il bambino.

Esistono anche delle applicazioni sul cellulare, dove si possono mettere questi suoni vicino la culletta.

Con la mia funzionano.

8 – La cacca NON è santa

Non so chi abbia messo in giro questa voce, ma sicuramente era uno senza figli.

I bambini fanno la cacca non ancora con regolarità e molte volte hanno dei fastidi e problemi.

Il punto è che quando la fanno, l’ONU viene a bussare per chiedere se abbiamo armi di distruzione di massa.

A volte non credo sia concepibile che un essere così piccolo possa produrre qualcosa di così grande. Ma soprattutto lei aspetta me, quando siamo soli e quando sa che sono più vulnerabile.

Allora colpisce.

E di santo c’è veramente ben poco…

9 – Se piangi, se ridi…

Fortunatamente mia figlia ha iniziato a ridere da subito.

Forse perchè ancora non sa cosa le riserverà il futuro.

O forse perchè mi sta prendendo in giro su come mi comporto con lei.

Sta di fatto che quando piange ha dei codici ben precisi e ogni pianto ha un significato diverso.

Mano in bocca = Pappa

Mano sull’orecchi = Ninna

Gambe in alto = Puzzetta

E così via fino a creare un vocabolario Italiano-Selina, Selina-Italiano

Fondamentale: Tutti i bambini hanno il singhiozzo e il rigurgito.
La prima volta è devastante. Ti senti impotente e pensi che non ci sia più niente da fare. Dopo la quarta volta hai già capito che si tratta solo di doverla cambiare di nuovo.
Non ti agitare, è normale.

Il singhiozzo passa da solo, oppure basta un goccio di latte/tisana da farle bere per riassestare il diaframma.

10 – Stai qui, ora.

Non andare troppo a pensare a cosa farà all’università.

Non pensare a come potrebbe essere quando sarai tu vecchio e lei ti accudirà.

O anche solo a quando camminerà e sarà autonoma.

Pensa ad ora.

Al primo sorriso.

A quando ti guarda e ti riconosce.

Al suono dei suoi versetti.

Stai qui e goditi tutto, ogni giorno c’è qualcosa di nuovo.

E ogni giorno scopri qualcosa di te che non sapevi.

Goditela.

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GIORNO +60: AUGURI PICCOLA MIA

Chissà cosa stai guardando ora.

Il tuo riflesso nello specchio

di chissà quale casa

con i tuoi capelli

di un colore che andrà di moda

qual’è il colore dei tuoi occhi?

Il riflesso della luce li fa cambiare

come succede con i miei?

O sarai unica come sempre?

Quali odori ci saranno a casa?

Che colori?

Hai qualcuno vicino?

Ci sono io?

So che sarai bellissima,

curiosa, simpatica

innamorata della vita

e appassionata di tutto

ti guarderai e mi vedrai

nel riflesso della tua giovinezza

riscoprendo la mia

come a clonarmi l’anima

Il tempo sta cambiando

lo fa spesso in questo periodo

cosa senti?

Chi c’è?

Ci sono io?

Una voce ti chiamerà dall’altra stanza

dicendo che manchi solo tu

che è tutto pronto

e non puoi ritardare

auguri piccola mia, per tutti i tuoi compleanni futuri.

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GIORNO +20: TANTO PE MAGNA’

L’allattamento al seno è una immagine idilliaca di vita e di gioia.

Con il latte artificiale anche noi uomini possiamo dar da mangiare ai nostri figli e diventare parte integrante della loro crescita.

La prima volta che dai il biberon a tua figlia è un momento magico, la guardi e pensi: che meraviglia.

La prima volta.

Già dalla seconda la magia inizia a scemare.

Calcolando che un neonato mangia in media 8 volte al giorno (ossia circa una volta ogni tre ore), la magia si perde completamente già dopo la prima settimana.

Ad un certo punto diventa un vero e proprio lavoro, con ritmi precisi e prassi da seguire.

Mia figlia credo sia nata a Greenwich perchè ci si può regolare l’orologio sulle sue poppate.

Apre gli occhi e piange come se non mangiasse da sei mesi, anche se ne ha soltanto due.

Un pianto disperato, che sembra implacabile.
Ma che immediatamente smette con l’arrivo del latte, come se fosse la bambina più buona della storia delle bambine.

La prima volta non sai come tenerla, sei attento alla posizione, usi un cuscino per spostarla, inclini il biberon in modo che non si formi aria nella tettarella.

Dopo una settimana sei una macchina da guerra, allatti con una mano e con l’altra stai scrivendo al cellulare mentre guardi la tv. Tua figlia si trova in posizioni talmente innaturale che ogni tanto ti stupisci di come un corpo possa essere così flessibile.

E anche se la tieni nel modo corretto, arriverà sempre qualcuno a dirti che stai sbagliando.

Tua madre, tua moglie, tua suocera, il vicino di casa: la testa è troppo alta, troppo bassa, attento al biberon, ma come la tieni?….

Un uomo che allatta è una scena che sicuramente risulta dolce vista da fuori.

Non alle tre di notte.

Alle tre di notte non c’è niente di dolce.

La poppata delle tre è devastante. Tua figlia riesce a prendere il momento esatto in cui la fase REM è al suo apice e nel tuo sogno stai per salvare la principessa.

Ti alzi impaurito pensando che ti stiano bombardando e che la civiltà ormai non abbia più scampo, mentre invece è solo lei che ha fame.

Metti l’acqua nel biberon.

E lei piange.

Metti il latte in polvere.

E lei piange.

Ti ricordi di non aver scaldato l’acqua, quindi butti tutto.

E lei piange.

Metti l’acqua riscaldata nel biberon.

E lei piange.

Metti il latte in polvere.

E lei piange.

Agiti.

E lei piange.

La prendi in braccio, le dai il biberon.

E lei sorride al mondo.

Finita la poppata, scatta il momento ruttino.

Ognuno ha la sua tecnica, io la metto sulla spalla e cammino per la stanza.

CONSIGLIO PER I PADRI: Qualunque sia la vostra tecnica, non vi annoiate troppo in fretta. Se non fa uno o meglio ancora due ruttini, nel momento in cui la mettete giù, avrà un rigurgito stile film dell’orrore e non solo dovrete lavarla e cambiarla, ma dovrete di nuovo darle da mangiare.

Quando lei dorme, beata e angelica, voi ormai avete irrimediabilmente perso il sonno.

C’è chi guarda la tv, chi legge, chi passeggia.

E chi scrive un blog.

Ore 3.53, provo a dormire, va.

Buonanotte.

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GIORNO +40: I MIEI PRIMI 40 GIORNI

Finalmente sono passati.

Dicono che siano i più duri.

La chiamano la quarantena.

Dicono che i successivi siano peggio.

Gli amici ti dicono: eh, questa è la fase migliore, poi sarà peggio…

Il problema è che lo dicono per tutte le fasi!

Se non cammina, quando gattona sarà un dramma.

Quando gattona, appena cammina bene sarà un dramma.

Quando cammina, aspetta che inizi a chiederti i perchè…

E’ una vera e propria quarantena, in cui sei bombardato da mille informazioni diverse.

Intanto i tuoi ritmi sono completamente cambiati, in 40 giorni non sono riuscito a bere un caffè caldo appena fatto: ogni volta che lo verso mia figlia reclama attenzioni.

40 giorni ti servono per capire se sei pronto alla fuga o al fatto di avere per tutta la vita con te un essere che cresce e che per buona parte del tempo dipenderà da te.

Ma ti serve anche per guardarti allo specchio e capire che sei cresciuto tutto insieme, che ora hai una responsabilità in più e che non c’è solo la parte bella dei regali, del far vedere la piccola agli amici, dei giochi…. ma ci sono anche le poppate notturne, i pianti, le coliche, i pannolini….

I bambini sono meravigliosi quando sei lo zio.

Se sei il padre è un po’ più tosta.

Vedi i capelli bianchi (per chi li ha ancora) e vedi quella ruga che prima non c’era.

Ma se guardi bene, quella ruga è di espressione, di un sorriso che ti spunta quando la vedi e quando ti guarda.

Dopo 40 giorni inizia a seguirti con gli occhi, sorride senza denti e stringe con quelle ditine che sembrano sempre sul punto di spezzarsi.

In 40 giorni cresce in una maniera spaventosa, i vestiti che prima non le entravano ora le stanno piccoli. Capisci adesso perchè ti hanno regalato un quantitativo di vestitini con ancora l’etichetta. Tu farai lo stesso per il prossimo bimbo che nasce.

In 40 giorni impari a:

  • cambiare un pannolino in meno di 1’30”
  • preparare la pappa anche con gli occhi chiusi
  • ottimizzare i tempi di sonno, ossia addormentarsi subito in ogni angolo e in qualsiasi situazione
  • tagliare le unghie di un neonato mentre è distratto dal biberon
  • riconoscere quando un pianto è fame, uno è sonno, uno è caccapipìcolichette

Credo che nessuno stage ti dia tanto in così poco tempo.

Ma allo scadere dei 40 giorni, tutto prende finalmente un ritmo.

Anche la tua signora cambia, i livelli di ormoni nel corpo si regolarizzano e lei torna finalmente ad essere una donna normale e non una figura mitologica metà donna e metà incazzatura.

Se superi i primi 40 giorni, puoi finalmente dire: questa è la fase migliore.

Ora arriva il peggio…

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Giorno 270 – Lettera a mia figlia

Ogni tanto mi fermo e penso a come crescerai.
Non sono spaventato, sono curioso, incredibilmente curioso.
Curioso di sapere che faccia avrai, che capelli, che occhi ma, soprattutto, curioso di sapere cosa penserai, quale sarà il tuo colore preferito?
Il tuo piatto preferito?
Cosa preferirai, il mare o la montagna? (spero la montagna, io odio il mare).
Sono curioso di vederti prendere il latte, di cambiarti il pannolino mentre tu ridi perchè non lo so fare.
E poi di vederti gattonare per casa, tirando giù gli oggetti che trovi sul tuo cammino.
Quando dirai la prima parola, cosa dirai? Papà, mamma?
Io vorrei che tu dicessi una parola strana, quindi starò tutto il giorno a sussurrarti all’orecchio: “saggina…”, per poter dire agli amici: “Sai che la prima parola di mia figlia è stata saggina?
Fino a che un giorno, tutta da sola, prenderai la forza e ti alzerai, guardando il mondo da un altro punto di vista, e farai quel primo passo.
E poi un passo e poi un altro, fino a che non girerai da sola.
Poi ci saranno i perchè.
La mia fortuna è che tu sei nata nell’epoca di internet, quindi, quando chiederai, saprò risponderti, connessione permettendo. Anche se alla fine scoprirai che puoi risponderti da sola, che non hai bisogno di un papà, che il tuo uomo è un altro, che ti riempirà il cuore fino a spezzartelo.
E io sarò lì, con la scopa e la colla, per rimettere insieme i pezzi di una vita che ormai sta andando sempre più lontano.
Passo dopo passo.
Fino a vederti un puntino lontano, con un altro uomo che, incredibilmente, assomiglia a me, ma con molti meno anni (e decisamente molto meno bello!), mano nella mano, con un pancione grosso come quello di mamma adesso.
E amerai un figlio, come noi abbiamo amato te, e lì capirai cosa è stato averti e farti percorrere la tua strada.
Così, ti girerai e ci guarderai, specchiandoti in noi, mentre tuo figlio fa il primo passo…
Buona vita, per tutta la vita.
Papà

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Giorno 268 – Guida in stato di Gravidanza

Io sono di Roma.

Non so esattamente come funzioni nelle altre città ma, a Roma, guidare non è semplicissimo.
Per prendere la patente a Roma devi fare degli esami diversi perchè guidare per le strade di Roma ti rende un uomo diverso.
Ho visto monaci tibetani trasformarsi in orribili orchi mentre cercavano parcheggio nelle vie della capitale.
Se si va a meno di una certa velocità si rischia il pubblico linciaggio.
Se si supera a destra, si viene ricoperti di insulti.
Per non parlare di sanpietrini, buche e dossi che si trovano ogni dieci metri.
Poi ovviamente ci sono le doppie e terze file, ognuna con il suo parcheggiatore che smista la folla.

Non tutti, per esempio, hanno in dotazione le frecce, questo crea un po’ di disordine nel capire dove quello davanti a te stia andando.

Ma soprattutto, a Roma, l’originalità delle risposte è il punto forte:

  • “Mo che hai sonato, canta.” (Ora che hai premuto sul clacson, prova a cantare sulla stessa tonalità).
  • .”..e de tu nonno!” (Tipica risposta ad una imprecazione romana che prevede il richiamo degli avi del guidatore di fronte)
  • “Nun t’accollà, tanto nun te la do!” (Non avvicinarti così tanto al retro della mia autovettura, potremmo farci del male.)

Ora, con queste premesse, pensatemi su una punto blu con accanto una donna incintissima che soffre ad ogni minimo sobbalzo.
Ho ricevuto più minacce di morte negli ultimi mesi che in trentun anni di vita.
E siamo sotto doppio attacco!
Dietro c’è chi vorrebbe lapidarti se non acceleri, accanto, hai una donna incinta che minaccia di staccare parti del tuo corpo se non vai piano.

Così, con le quattro frecce e una media di 10 km/h mi incammino verso casa, pieno di calma, pazienza, e tanta speranza.

Un signore con il bastone mi supera in velocità e mi saluta sorridendo.

L’unica, magra, consolazione sta negli occhi di quei padri che ti superano, che alzano il braccio per indicarti la via per quel paese ma poi vedono lei, con il suo pancione e ti guardano, con quel misto di comprensione e compassione, come a dire: vai fratello, sei tutti noi.

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Giorno 256 – I’m not superman

Sulle note della sigla di SCRUBS mi fermo a pensare a cosa sia un padre.

O meglio: quando si diventa realmente padre?

Per una donna credo sia più semplice: vive realmente la maternità, ha nove mesi in cui sente crescere dentro di sé una nuova vita che si muove, tira calci e crea cambiamento.

So che può sembrare brutto da dire, ma un uomo vede semplicemente la propria compagna ingrassare.
È una verità scomoda, donne, ma qualcuno doveva pur dirla.

L’uomo si fa una idea della paternità, chi prima, chi dopo, ascoltando gli altri, sentendo il proprio padre, accogliendo i consigli.
Anche se principalmente i consigli puntano a mettere ansia.
Eh, devi dormire ora che puoi. Ti cambierà la vita, non potrai più fare le cose che facevi prima. Tutto sarà diverso…
Ma tu hai figli?
No. Ma si sa.

E invece non si sa nulla (a parte il fatto che il sonno non si accumula in una specie di banca, pronto a essere prelevato all’occorrenza).
Non sappiamo come comportarci, cosa fare o come agire.
E il pensiero fisso è una psicologa, quando lei sarà più grande, che ti fissa e dice “forse c’è un conflitto genitoriale, lei come si considera come padre?”
Ma soprattutto, mi fermo a pensare a mio padre, al fatto che per ogni singola cosa io possa chiamarlo e chiedergli un aiuto.
Dal mobiletto del bagno, a dipingere una parete, dal rubinetto che perde, ai cavi per riavviare la macchina, lui sa cosa fare.
E non ha neanche wikipedia a disposizione.

Quindi mi chiedo: quando si smette di essere figli e si diventa padri?
Quando saprò far tutto in modo che mia figlia possa dire: papà mi aiuti a…?
Tutto sommato, credo che questa gravidanza serva anche a noi, perchè ci mette di fronte al dover fare un po’ di tutto.
Dobbiamo rimettere a posto la casa e fare spazio, costruire mobili nuovi, tinteggiare le pareti di rosa.
Dobbiamo riaggiustare quella perdita del lavandino che era lì da anni, perchè dopo non avremo tempo per farlo.
Ormai sappiamo cucinare, pulire e lavare per terra.
E la paura di restare senza macchina per qualunque emergenza, ci spinge a conoscerne ogni singolo pezzo nell’eventualità di doverlo sostituire da soli.
Quindi, a conti fatti, la gravidanza è come un master di nove mesi su come diventare padre, non solo per la nostra bambina, quanto per noi.

E allora, non resta che goderci questo periodo di formazione, crescere con lei e aspettare il nostro attestato di partecipazione stampato negli occhi di nostra figlia.

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Giorno 148 – La legge del contrappasso

– Tanto in vita hai amato le donne, tanto avrai una figlia femmina – 

Non credo ci sia una correlazione studiata scientificamente, ma se una delle tante università americane perdesse un po’ di tempo ad analizzare questa cosa, sicuramente ci sarebbe un riscontro preciso.
Appena saputo che era femmina, ho fatto i salti di gioia, ho visto tutto rosa e il mondo mi è sembrato subito un posto migliore.
L’ho vista che mi abbracciava e mi amava come nessun’altra, chiamarmi “papino” con i suoi occhioni e ho visto me cedere a ogni sua richiesta, sciolto sotto i colpi bassi dei suoi capricci.
E poi, l’ho vista crescere, allontanarsi da me e iniziare a vivere la sua vita, in un mondo pieno di uomini maiali che vogliono tutti la stessa cosa.
Uomini che la fanno soffrire, che non vogliono rapporti seri perchè “esco ora da una storia importante”, uomini che in discoteca si avvicinano con gli occhiali scuri (dentro il locale) e dicono: “hey bimba, vuoi uscire con me?“, e questo lo so, figlia mia, perchè li conosco gli uomini così. Ne sono circondato!
Sono tutti così.
Tranne papà.
E poi, ho visto la prima cotta, che sarà il vero amore della sua vita, che durerà una settimana, per lasciare il posto al pianto disperato di una eternità distrutta, almeno fino al prossimo amore.
E poi l’ho vista entrare in casa nostra, con lui per la prima volta, mano nella mano:
Papà, lui è X
Chi sei tu? Fuori da questa casa! ho pensato, ma poi ho detto
Ciao, entra…
Avranno già fatto l’amore? Oddio, la mia piccolina!

CONSIGLIO PER I PADRI:
Ok, calmi. Tranquilli.
Ci sono ancora molti anni prima che succeda tutto questo e sicuramente la clausura non può essere una alternativa valida ad una vita socialmente normale (forse, anche io ci sto seriamente pensando).
Tutti abbiamo fatto le stesse cose, siamo sette miliardi al mondo, ogni generazione da spazio alle altre e così via fin dalla notte dei tempi.
E allora l’unica cosa che ci resta da fare è godersi totalmente questi anni in cui saremo noi gli uomini da amare e da presentare a casa, fino a che arriverà il vero amore e noi lo prenderemo da una parte, mentre le nostre figlie non sentono, e mentre continueremo a sorridere diremo loro: “Se le fai del male, giuro che ti uccido. E ora sorridi che ci sta guardando”.